SnowCrash Project - Bz Akira Santjago



SnowCrash Project - Bz Akira Santjago from snowcrashproject on Vimeo.




Se il Mondo che siamo costretti ad accettare è Falso e niente è Vero, ogni cosa è Possibile. Dai un calcio alla Ragione e fai spazio all'Impossibile.

ringrazio per la voce il Super TerroArtista Acaro, Fabio Curetti, compagno di mille esplorazioni artistiche videomusicali; e per alcune ispirazioni chiave la mia Amata Super Fiber Artista Rita Cavallaro.

a seguire, dopo le immagini, il Racconto, Karma, di Fabio Curetti.

La Verità è che vi meritate Ceppez e J-Ass e tutti questi Preti Pagliacci dello Spettacolo. La Verità è che non ci arrivate, perchè siete Telebrolesi. In quanto a me, non sono una Scimmia Ammaestrata e questo non è uno Spettacolo. Sto facendo altro, ma.. la Verità è che non ci arrivate, perchè siete Telebrolesi.

"Ier sera, sfidando le pattuglie tecnosanitarie delle zone colorate, il TerroArtista Acaro 71338, portava a termine la sua Missione Vocale infiltrandosi in territori vietati ad ore vietate. Con il Collaborazionista Acaro 71339 sono stati riesumati Apparecchi Tecnologici nascosti da tempo in caso di perquisizioni improvvise dei reparti speciali Covidiani o da delazioni di Paranoici Ipocondriaci senz'Anima. L'esito era scontato. Nessuno può fermare l'Arte, tantomeno il perfido Conte".TerroArtista Acaro 71338

Lo "Snow Crash" è un incidente all'interno del Sistema, un Virus, che va così in profondità, da mettere fuori uso il Dispositivo che controlla il Fascio di Elettroni nel Monitor, annebbiando completamente lo Schermo e trasformando la Griglia perfetta dei Pixel, in una Tempesta Vorticosa.

(in parte rielaborazione del Manifesto del Connettivismo)

Canteremo la Resurrezione dell'Anima consumata nella Tecnologia. La Notte, il Sogno, la Visione e la Connessione. E tutto ciò che sublima le nostre Anime a un ordine superiore di Conoscenza.

Il Deragliamento dei Sensi, le Corrispondenze Analogiche e la Libertà dal Controllo saranno gli Strumenti fondamentali della nostra Ricerca.

La Parola, l'Immagine, il Suono... sono i Virus che trasportano la nostra Infezione. Lo SnowCrash.

Non basta dissecare il mondo per svelare la verità che nasconde. Occorre risalire il Fascio di Luce fino alla Pellicola per comprendere da dove proviene l'Immagine che vediamo. Vogliamo rimontare il Flusso fino a toccare la Sorgente che inganna la nostra Percezione e a quel punto... Spegnere la Luce: solo così solleveremo il Velo.

Siamo sospesi tra l'Illusione del Mondo Virtuale e l'Inganno del Mondo Reale. Corriamo lungo i Sentieri Eterei della Rete, navighiamo nell'Oceano dell'Informazione, siamo Impulsi di Adrenalina nei cavi che cablano la Realtà.

Antenne puntate verso l'Universo, Variabili impazzite, Violini male accordati, Cronoscopi fuori fuoco. Inseguiamo la condivisione delle Anime, dei Luoghi, del Tempo, usando antichi Percorsi Mistici.

Siamo Rabdomanti Cibernetici. Hacker, Decifratori, Artisti Visionari, Supernauti in Esplorazione dello Spazio Interiore, Fantasmi Guastatori dell'Opera Spettacolare;

Agiremo per disturbare l'Ordine dei Segni, impadronirci degli Spazi Vuoti, esprimere il Non Detto. Lotteremo per confutare la Rappresentazione Ufficiale della Realtà, squilibrare il Fermo Immagine del Mondo, scombinare le Coordinate dell'Allucinazione Spettacolare.

Il nostro Vero Nome è un Sussurro nel Buio, un Rumore nascosto nella radiazione di fondo dell'Universo. E' Rumore Bianco sul canale di comunicazione del Pensiero Unico, è un'Interferenza Acara nella Trasmissione Dispotica della Società dello Spettacolo.

Siamo tutti costantemente sottoposti al lavaggio del cervello: l'inesistente, ci tiene fermi sul "ciò che non è"; la pubblicità dei beni di consumo è soltanto un aspetto, ti mostra ciò che non hai o non sei e te lo fa desiderare; il terrorismo mediatico è un altro aspetto, più pericoloso, ti terrorizza con quello che potrebbe accadere e sei pietrificato dalla paura in "ciò che non è". Ora pensa l'intera città tappezzata di cartelloni, annunci sui giornali, sulle riviste, sugli autobus, sulla metropolitana, spot pubblicitari in televisione e al cinema, che ovunque, ogni giorno, ti martellano con frasi del tipo : "Muori prima di Morire", "La Verità ti rende Libero", "La Purezza del Cuore è desiderare una Cosa Sola", "Tu sei il Creatore della tua Realtà"; riesci ad immaginare l'effetto erosivo che potrebbero avere queste gocce di saggezza, scavando nella coscienza del genere umano? Una totale, costante, immersione in "cio che è". Basterebbe un breve periodo per cambiare il mondo intero. Sto cercando qualcuno che voglia impegnarsi concretamente in questo Progetto.

Dimenticati delle Notizie. Tieni la tv spenta per un anno, non perderai nulla, è solo Depressione. Se accade qualcosa di importante, vieni comunque a saperlo. Scappa dalla Caverna di Platone.





Karma, Racconto di Fabio Curetti.

“Maledizione! Avranno certamente sentito!”.
Raccolse velocemente il mestolo di legno screpolato, rimasuglio degli oggetti salvati dal baule della nonna, che le era caduto mentre rimestava nella pentola d'alluminio qualche semplice ingrediente nell'acqua che stava scaldando sopra il fornello elettrico, unica fonte di energia della casa.
Interruppe tutti i movimenti e respirò piano, tendendo l'orecchio per catturare qualche possibile reazione al rumore sordo appena spentosi, ma niente, il solito rassicurante silenzio di piombo.
“No! Forse sono ancora a dormire”.
Immaginò i vicini del piano di sotto ancora a letto, dato che erano le 7 circa e il campanile aveva appena suonato, come tutti i santi giorni, la sua litania di ipocrita allegria, facendo ripartire così il loop dei suoi pensieri: Cosa aveva la Chiesa da festeggiare? Che motivo aveva per sbandierare quella musica lieta? L’aveva forse aiutata, a lei, nel momento del bisogno? “No davvero, maledetti preti, e maledetto Stato “che gli dava solo 423, 67 euro al mese e pretendeva pure che pagasse gli arretrati dell'affitto della casa popolare dove “quel bastardo di suo marito, che Dio l'abbia in gloria”, prima di schiattare dopo anni di bevute e percosse, l'aveva reclusa come in una trappola per topi.
Persiane chiuse e buio assoluto e silenzio tutto il giorno a spiare dalle fessure i pochi passanti, il postino se lasciasse qualcosa, se i vicini calpestassero la sua zona d'orto incolto ma non poterglielo rinfacciare perché non dovevano sapere che lei era lì, accucciata, pallida e magra, a vivere quel buio di esistenza ingrata.
Eppure un tempo era bellina, rosea e paffuta, si sentiva normale e come tutti gli altri si aspettava una vita normale, una famiglia, dei figli, dei nipoti, mica la ricchezza.
Non andò così, andò un po' peggio.
Si legò ad un mascalzone, più per necessità che per amore, ma a lei non importava poi molto, la sua vita senza figli, senza infamia e senza lode stava proseguendo benino fino a pochi anni fa.
Successe però, ad un certo punto, che il marito perse il lavoro, cominciò il calvario di tutte le sere col cuore in gola, a pensare di come sopravvivere il giorno dopo, a sessant’anni certo non si trova più uno straccio di lavoro, e scivolare piano piano in una dimensione oscura e immeritata, senza nessun sostegno di legge.
“E pensare che quel bastardo di Ministro alla tv aveva detto una volta, come aveva detto quel figlio di buona donna?...
Ah sì: “tutte le riforme dovevano attenuare quel diaframma di protezioni che avevano allontanato l'individuo dalla durezza del vivere” e il conduttore non aveva nemmeno replicato a quella schifezza di frase, detta da un privilegiato, come se tutte le lotte, i sacrifici, gli scioperi e i soprusi fossero da gettare via con un gesto altezzoso della mano.
Ora infatti doveva combattere con i denti e con le unghie in quella topaia, al buio, senza gas e in silenzio per non far capire a quelli del Comune che abitava ancora lì.
Niente tv, solo una piccola radio, ritiro raccomandate neanche a parlarne, “Si fottano! Per questo non mi deve vedere né sentire nessuno! Si certo, vedranno un po' di consumi di acqua e energia per frigo e fornello, ma finché pago le bollette, si fottano!”.
Non era comunque poi così male non avere niente a che fare con nessuno, niente noie, niente seccature, niente di niente, anche se così facendo si era inaridita parecchio.
Solo, a volte, un po' di malinconia e tristezza che allontanavano quella sensazione irosa e invidiosa, che la accompagnava per quasi tutta la giornata piantandosi al centro dello stomaco come un gomitolo di nodi che, una volta rilassatosi, trasferiva la tensione alla gola e a gli occhi che si inumidivano e cercavano conforto in qualche rumore, qualche ricordo che riaffiorasse, qualche vecchio oggetto, nient’altro.
Fu in uno di quei momenti che le balenò, chissà perché, ciò che le raccontava sua madre quando era piccolina, avrà avuto 6-7 anni, mentre la sgridava per aver fatto qualche capriccio:” Vedrai che finirai come l’Adalgisa, a chieder l’elemosina per strada!”.
Ed ora era lì, a rimuginare su quella che poteva essere una profezia, ma anche un aiuto in fondo, perché no? Perché rintanarsi in casa al buio quando poteva unire l’utile al, si fa per dire, dilettevole? Mica doveva stare per forza tutto il giorno per strada come i veri barboni, sarebbe bastata qualche ora per poter racimolare qualche euro e riuscire così mangiare qualcosa di più decente di cavoli e patate tutti i giorni, insieme al latte e qualche uovo sodo e scatoletta di tonno.
L’idea prese forza piano piano e si consolidò con il fatto che, uscire alla luce, voleva dire anche mettere tutti quanti a conoscenza delle sue condizioni ed anziché vergognarsene pensò sarebbe stato molto più onorevole sbandierarla la sua condizione, additando i responsabili.
Fu così che, frugando tra vecchi quaderni e pennarelli, promosse e concretizzò l’idea su un cartellone bianco con scritta rossa: FINALMENTE “Tutte le riforme hanno attenuato quel diaframma di protezioni che avevano allontanato l'individuo dalla durezza del vivere” ED ECCOMI QUI! CONTENTI? CHI LO HA DETTO?
Ora doveva trovare la forza di vestire dismessa, ma non troppo, varcare la soglia di casa, sfidare lo sguardo sbigottito dei vicini, trovare un bel posticino frequentato abbastanza da garantirle un piccolo guadagno, posare la ciotola ai suoi piedi con dietro il cartello ben in vista e attendere.
Una volta fatti questi passi, si ritrovò all’ombra del centro del parchetto poco distante, con fontana, panchine, bimbi che giocavano e un discreto passeggio di gente che si avvicinava a piedi per fare acquisti al mercato all’aperto, lì vicino. All’inizio teneva gli occhi bassi per non farsi riconoscere e, diciamolo, anche per la vergogna che si infilava nel suo respiro, nella secchezza della sua bocca, nel suo torcersi le mani.
E qualcuno la riconobbe, tirando dritto, facendo finta di niente o girandosi dall’altra parte per evitarle l’imbarazzo di incrociare uno sguardo indeciso sul chiedere: Come mai? È proprio lei? Cosa posso fare? Il primo giorno fu il più difficile, anche se rimase 4 ore, 2 alla mattina e 2 al pomeriggio.
Nessuno le chiese del cartello, ma racimolò 6,70 euro. Mica male.
Si comprò subito un po' di carne e del vino e la sera stessa festeggiò, complimentandosi per il coraggio dimostrato. E così, piano piano, prese dimestichezza con quella nuova vita, che un pochino iniziava ad inorgoglirla, perché pareva quasi un lavoro quell’alzarsi, lavarsi, vestirsi, un po' trasandata ma con cura, recarsi nel posto stabilito alla solita ora e staccare sempre alla solita ora tanto che, oramai, molti la conoscevano e la salutavano e lei racimolava sempre più soldi, anche se non dava confidenza a nessuno.
Addirittura cominciò, dapprima distrattamente, poi sempre più in maniera pianificata, a rovistare in qualche cassonetto per cavarne qualche cosa di buono, non tanto per il bisogno, quanto per la rabbia che l’assaliva quando vedeva gettato via un oggetto, un cibo, una bevanda ancora nuova e intatta e il senso di iniquità le permetteva quasi di erigersi a paladina del ristabilimento della giustizia, come a dire “Vedete? Se non c’ero io questo cotechino non ancora scaduto finiva in malora!”. Bene, la nostra proseguiva così quella vita misera il più onorevolmente possibile, quando capitò un fatto, che dire improbabile è dire poco e che avrebbe dato una piccola spinta alla sua vita di lì a breve.
Una sera fredda di dicembre, sedendosi sulla solita panchina antistante la piazza, notò un trambusto fuori dal normale, via vai di persone che lavoravano su un palco di legno, chi sistemava faretti, chi incollava manifesti, chi dirigeva urlando operai distratti.
Doveva esserci qualche comizio di sicuro.
“Bene” pensò “molta più gente oggi!” e si sfregò le mani al pensiero della bistecca che avrebbe comprato la sera stessa. Ma ben presto la gente si trasformò in folla che non la vedeva nemmeno e quasi la schiacciava sulla panchina, tanto che un paio di volte dovette urlare “E state attenti scimuniti! Non vedete che ci sono io qui?” Dovette rannicchiare le ginocchia sulla panchina per non farsi pestare i piedi e pensò seriamente di andarsene, quando udì le sirene e notò uno sfolgorio blu da tutte le parti: qualcuno di importante stava arrivando.
Poco dopo, dalla strada principale, scesero da una macchina blu presidenziale 3 persone, un tizio piccolino in giacca e cravatta neri, scortato da due energumeni, che si avvicinarono al palco dove un tipo stava blaterando qualcosa a proposito del loro arrivo che infatti scatenò un applauso ruffiano e ostentatamente prolungato da qualcuno, mentre i tre salivano la scaletta.
La gente si accalcò verso il palco e così lei rimase finalmente sola e poteva respirare un po'. Inoltre adesso aveva anche la visuale libera che le permetteva di vedere bene le autorità, tutte impettite e sorridenti, a prendersi gli applausi dei gonzi. Non riconosceva i volti e neanche le interessavano, anzi la disturbavano, considerando che ormai si avvicinava il Natale e la gente si dimostrava un po' più disponibile e quella improvvisa distrazione le stava togliendo un po' di guadagno. Ad un certo punto il piccolino appena arrivato, mentre gli altri parlavano, forse attirato dall’unico spiazzo vuoto fattosi attorno alla sua panchina, sembrava guardasse insistentemente verso di lei, inforcandosi gli occhiali, strizzando gli occhi più volte e ponendo la mano tesa sulla fronte per coprire il bagliore delle luci. Sta di fatto che poco dopo il tizio, scrisse qualcosa su un foglietto, estratto dalla tasca interna della giacca, armeggiò nelle tasche, si girò verso la sua destra e, coprendosi la bocca con la mano, bisbigliò qualcosa ad un suo scagnozzo dietro le sue spalle.
Questi guardò di nuovo verso di lei, fece cenno di sì con la testa e poi sparì dietro al palco.
Che diavolo stava succedendo, mica ce l’avevano davvero con lei? Che aveva fatto di strano? Comunque quando vide l’energumeno del palco sbucare dalla folla e dirigersi a passi veloci verso di lei, si alzò con l’intenzione di andarsene, prese il suo cartello si girò e “Aspetti! Un momento signora, si fermi!”
La voce la colpì come può colpire un ragazzino sorpreso con le mani nella marmellata ma lei, girandosi, si ripeté fermamente in testa” Non ho fatto proprio niente e quindi non devo temere nulla!” e fissò diritto negli occhi l’energumeno che ora era in piedi, fermo davanti a lei.
“Signora, mi scusi, ma il senatore ha un messaggio per lei, tenga” e le mise in mano un foglietto bianco piegato, accennò un inchino, girò i tacchi e corse di nuovo verso il palco.
Lei rimase lì, a bocca aperta, sotto lo sguardo curioso di qualcuno che aveva assistito alla scena, guardò per qualche secondo il foglietto, poi lo aprì e vide che c’era una banconota da 10 euro e uno scritto.
Pescò gli occhiali rossi ed unti, senza una stanga, dalla tasca della lunga gonnella e se li portò affannosamente agli occhi cominciando a leggere:” Gentile Signora, sono io l’autore della frase, ma ecco un mio piccolo pensiero per lei, buona fortuna!” Rimase interdetta, non aveva più pensato da tempo alla frase scritta nel suo cartello, ignorata da quasi tutti e che ora costituiva per lei era solo un compare, come un palo per il brigante, senza molto senso, anche se serviva allo scopo. In un primo momento si sentì riconoscente e quasi vittoriosa su quel tipo che ora, dopo aver bofonchiato con l’energumeno di nuovo dietro di lui sul palco, tese di nuovo la mano sulla fronte per proteggersi dalla luce dei faretti, scrutando verso di lei in attesa, probabilmente, di un suo cenno di ringraziamento.
Cosa che lei inizialmente ebbe intenzione di fare ma a metà inchino, il suo sguardo si annebbiò, anziché guardare fuori, si rivolse verso di sé, al proprio interno, mostrandole come era ridotta, come era arrivata esattamente lì, su quella panchina, a vendere la propria dignità per pochi spicci, a fare i salti mortali per sopravvivere, a bestemmiare chi non la degnava di un centesimo, a sopportare le immeritate differenze che la separavano dal mondo normale e si irrigidì ulteriormente fissando, ora sì, la miseria, facendo le dovute proporzioni, che il tizio si era degnato, si fa per dire, di elargirle senza un briciolo di vergogna e ostentando, addirittura sorridendo, la paternità dell’ignobile frase, come uno psicopatico, perché gli psicopatici sono al potere, questo si sa.
Le colse così dal ventre una vampata che, inizialmente a basso calore e poi, velocemente, le fece prendere fuoco dalle parti della gola facendole sputare parole rabbiose:” Come si permette, vecchio ruffiano maledetto, di mancare di rispetto ad una cittadina che lei stesso ha contribuito a ridurre così! Se li tenga i suoi 10 euro maledetti (ma non li buttò) e si vergogni! Si ricordi che tutti dobbiamo morire, io forse oggi a pancia vuota ma lei, domani, morirà comunque a pancia piena!” Purtroppo, tra il vociare degli altoparlanti dell’oratore di turno e il brusio della folla, la sentirono solo alcune decine di persone intorno a lei, che avevano seguito tutta la scena fino al pronunciamento di lei di quelle frasi suggellate puntando il dito minaccioso verso il palco.
L’onorevole, manco a dirlo, scambiò quella protesta per un gioioso ringraziamento e, sempre con la mano tesa sulla fronte, piegandosi leggermente in avanti, salutò con l’altra mano sorridendo verso quella povera disgraziata, come si saluta un amico da lontano.
Poi, si eresse e seguitò serio ad ascoltare quella litania del collega, fingendo interesse.
Lei borbottò ancora qualcosa, ma vedendo che quel tonto non capiva con quel chiasso, si girò sconsolata e se ne tornò a casa mestamente.
Il giorno dopo non uscì di casa, prima di tutto perché i primi freddi le avevano procurato un forte mal di testa, in secondo luogo, ma forse ancora più importante, perché pensava e rimuginava su ciò che le era accaduto il giorno prima. Non si era mai sentita così umiliata e inoltre frustrata per non aver fatto capire all’interlocutore quale grave mancanza di rispetto, quale spocchiosa aria di sufficienza, quale noncuranza per l’essere umano quel signore aveva mostrato dall’alto del suo tenore di vita.
E quale coincidenza lo aveva portato lì, davanti a lei e al suo cartello che, sebbene glielo avesse pure ricordato, non era riuscito a svolgere la sua funzione terapeutica di riparazione ad un’offesa così villana.
No, quel tipo, coso…senatore lì, non meritava nessuna comprensione né, tanto meno, rispetto da parte sua e rivendicò mentalmente il suo anatema caduto nel vuoto.
Il giorno seguente, dopo una bella dormita il mal di testa sparì e si sentì veramente meglio, come se avesse digerito una brutta faccenda.
Constatando quel cambiamento di umore pensò quindi di cambiare anche la scritta nel cartello, dato che la vecchia frase non aveva più alcun senso, d’altra parte poi, aveva già ricevuto risposta.
Pensò e ripensò a cosa poteva mai proporre ai suoi benefattori questa volta.
Dopo quel fatto, effettivamente, si sentiva quasi più saggia di quel sapientone in giacca e cravatta e cominciò a ragionare sulla distanza siderale che divideva la sua misera condizione da lui e del perché la vita dispensava stenti ed elargiva benefici, apparentemente senza alcun criterio.
Aveva sentito parlare di quella teoria della reincarnazione e concluse che, effettivamente, se uno avesse proprio dovuto scontare gli errori o incassare i frutti della vita precedente, quello sarebbe stato un bel modo di applicare un’idea di giustizia, solo che c’era un problema: nessuno riusciva a ricordare la vita precedente, un bel dilemma quindi! Beh, poteva comunque suggerire ai suoi clienti almeno di sforzarsi di ricordarla quella vita e scrisse sul nuovo cartello a caratteri cubitali “E’ IL KARMA, RAGAZZI!”.
Le parve una buona sintesi che, in maniera aperta e delicata, stimolava una riflessione a tutti sulla propria condizione e suggeriva un’empatia più profonda verso tutti gli altri, cosa di cui aveva bisogno lei stessa.
Si incamminò quindi verso il suo solito posto e si meravigliò che, non appena piazzatasi, alcuni passanti, che solitamente non l’avevano mai considerata, si affrettarono a versare nella sua ciotola alcune monete, altri qualche scatoletta di cibo, alcuni qualche indumento.
Il tutto con un sorriso quasi di comprensione.
“Strano”, pensò, “va bene che è quasi Natale ma mi suona un po' esagerata questa voglia di mostrarsi buoni tutto d’un colpo!”. Non seppe mai però che quell’insolita generosità della gente era un gesto di scongiuro in conseguenza alla notizia della morte del senatore avvenuta proprio dopo una cena con amici, il giorno dopo il suo anatema, fatto di cui lei rimase all’oscuro per molto tempo.
E così proseguì per i giorni a venire, facendo sì che un po' più di abbondanza si affacciasse nella sua misera vita, dandole la sensazione che con quel cartello avesse smosso un pochino le coscienze e dandole altresì la convinzione che, accettando con serenità la propria condizione, avrebbe potuto migliorare il proprio destino se avesse donato più attenzione agli altri, secondo le sue possibilità.
Da allora infatti, settimanalmente, cambiò regolarmente la frase del cartello cercando di attirare la curiosità e spronare il pensiero ed il ragionamento sulla caducità della vita, sui suoi interstizi incomprensibili, sulle false credenze. Ad esempio scrisse “PENSO DUNQUE SONO, OPPURE SONO, DUNQUE PENSO?” e anche “SON PROPRIO I MEZZI CHE DETERMINANO IL FINE E NON QUEL SUO MALEDETTISSIMO CONTRARIO VILE “o ancora “IL POPOLO E’ SOVRANO MA NON DEVE SPAVENTARE I MERCATI, MAI MAI”. E ancora oggi la gente si sofferma molto più frequentemente davanti a lei, a leggere le sue ormai celebri frasi, qualcuno a volte scuote la testa e prosegue, altri più spesso annuiscono leggermente e lasciano un soldo, sorpresi dal fatto che una semplice vecchia barbona abbia il potere di farli fermare a riflettere così profondamente.
Ma si sa, la durezza del vivere…rende più saggi!

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